Support Us

Your contribution will enable more people to experience spiritually enriching arts.



Swadhistan chakra & arte


La Conoscenza, la percezione della realtà, l’arte.

 

 

 

Swadhistan chakra

 

L’apertura e l’attivazione di ogni chakra rappresenta un momento essenziale del cammino evolutivo umano, caratterizzato a livello collettivo, da un miglioramento delle qualità e della consapevolezza. In particolare, dopo la creazione della specie umana, avvenuta attraverso il Mooladhara chakra, è con il risveglio dello Swadhistan chakra che si attivano delle nuove potenzialità, con le quali l’uomo sviluppa un nuovo rapporto ed una nuova comprensione della natura che lo circonda.

L’essere umano, alle sue origini, quando lo Swadhistan chakra non era stato ancora attivato, era animato dal canale sinistro ed era spinto solo dall’istinto, rispondeva agli stimoli esterni come gli animali con i quali doveva confrontarsi. Simbolicamente, si può affermare che questo essere, come appunto tutti gli animali, era sotto lo stretto dominio di Pashupati: (letteralmente “il Signore degli animali” venerato fin dai tempi più antichi in tutta l’India preariana, è uno degli aspetti di Shri Shiva, del Dio Padre dominante, presente in molte culture tradizionali) non aveva il libero arbitrio né la consapevolezza della propria esistenza. E’ con l’apertura dello Swadhistan chakra, stimolata dal serpente Kundalini, simboleggiata dalla mela della conoscenza, offerta alla prima donna, che l’essere umano acquisisce cognizione di sé. (disse il serpente: “Non è vero che morirete, anzi Dio sa bene che se ne mangerete, i vostri occhi si apriranno, diventerete come Lui: avrete la conoscenza del Tutto” Genesi 3, 4-5)

Lo sviluppo delle potenzialità dello Swadhistan chakra attiva il canale destro, alla cui base esso è posto, stimolando così la formazione dell’ego e quindi l’idea di se stessi come separati dalla natura circostante. Questo rappresenta uno dei momenti più gloriosi, più pregni di valore e nel contempo, per taluni aspetti, il più drammatico per l’essere umano: si sviluppa il libero arbitrio, il concetto di bene e di male, l’identificazione con i propri atti e la consapevolezza della propria esistenza. L’essere umano conosce, conosce il dolore, la consapevolezza di sé, la separazione dal Creatore, dalla Fonte, dall’origine di tutte le cose.

( Poi (Dio) disse alla donna:” moltiplicherò la sofferenza delle tue gravidanze e tu partorirai figli con dolore”…Infine disse all’uomo: “ora per tua colpa la terra sarà maledetta: con fatica ne ricaverai il cibo tutti i giorni della tua vita…Ti procurerai il pane con il sudore del tuo volto…” Genesi 3, 16-19)

Eppure questo passo tragico è il primo necessario sulla strada della conoscenza, questa dannazione umana è in realtà l’inizio del risveglio: la separazione ha lasciato un seme, un desiderio di ritornare alla fonte, di essere uno.

Questo desiderio è il vero motore di tutta l’evoluzione, lo stimolo che conduce l’uomo ad una ricerca senza sosta, che lo porta a meravigliarsi, a scrutare il cielo di una notte stellata, ad indagare la profondità degli abissi, e con questi le vastità del proprio cuore ove più e più volte si è perso; con quanta tenacia cade e ricomincia; quante leggende e miti ha tessuto per spiegare l’inspiegabile. Eppure non può fermarsi, questo desiderio di conoscenza lo assale e non gli lascia altra via d’uscita: deve trovare il senso della sua esistenza ed insieme a questo l’unione con la fonte. E’ un marchio indelebile nella sua coscienza, nei suoi cromosomi: mai arriverà la pace se non attraverso la conoscenza del tutto.

Nel momento in cui, questa unione si realizza, le centinaia di migliaia di anni sulla pelle, tutte le storie, tutti i desideri per i quali aveva lottato, tutte le guerre, gli amori, le sofferenze e le gioie, tutto ciò che è passato assume un senso, un significato: questo era lo scopo di tanto esistere. Eppure, nel momento stesso in cui il vissuto acquista valore, diventa così leggero, evanescente, un soffio nell’eternità del tempo: un tempo che si dissolve nel presente.

 

 

Arte come via di conoscenza: l’esperienza orientale

 

Lo swadhistan chakra, attraverso il canale sinistro stilla il desiderio della Pura Conoscenza e la Pura Conoscenza stessa, nel canale centrale vivifica la creatività, nel canale destro crea la Pura Attenzione, unico strumento per percepire ed arrivare alla realtà.

(“Così l’attenzione che avete è l’unico strumento per conoscere la realtà”…”L’Attenzione è chitta e Dio è attenzione. Quanto la vostra attenzione sia stata illuminata è una questione differente. Ma la vostra attenzione è Dio” attention Dollis Hill 26.05.80 )

Nel momento supremo della sintesi, stimolata dall’ascesa dell’energia Kundalini, questi tre aspetti si integrano l’uno con l’altro, contribuendo reciprocamente a sviluppare alla massima potenzialità le rispettive qualità: la conoscenza stimola la creatività che sollecita l’attenzione, che arricchisce entrambi per una nuova scalata vicendevole a sempre nuove percezioni ed intuizioni.

Si può quindi ben comprendere come in molte tradizioni, l’arte sia stata ed è una via preferenziale attraverso la quale arrivare alla conoscenza. In molte di queste tradizioni la conoscenza aveva una funzione prevalentemente soteriologia, era in pratica incaricata di condurre alla salvezza, considerata il fine ultimo, supremo, della vita. Per le tradizioni orientali, la liberazione, la salvezza, si ottiene quando la propria identità separata dall’ego personale, si scioglie e lascia intravedere lo Spirito che è in ognuno. La liberazione, come ultimo stadio, è quell’esperienza in cui la propria attenzione, la propria identità diventa uno con l’ Atman, ( “Lasciate il popolo menzionare le scritture e sacrificare agli dei, lasciatelo partecipare ai riti ed adorare la divinità, ma non c’è liberazione senza attuazione della propria identità con l’Atman, no, neanche nella vita di cento Brahma messi insieme” Shri AdiShankaracharya – Vivckachudamani, 6 ) lo spirito che risiede nel cuore di ciascuno, toccando così la Verità assoluta, essendo Atman la manifestazione del Paratman, lo Spirito Supremo, l’Assoluto stesso in ogni essere.

Le vie per raggiungere moksha, la liberazione (“Dall’irreale conducimi al reale, dall’oscurità conducimi alla luce, dalla morte conducimi all’immortalità” E’ così che si chiede la moksha, la liberazione, nel Brihadaranyaka Upanishad I iii, 28, significativo è, che si richiede di arrivare all’immortalità così come si chiede di poter percepire la realtà, di ottenere la conoscenza: sono due aspetti dello stesso fenomeno, la liberazione finale ) sono molteplici secondo la tradizione orientale; ogni azione umana è così finalizzata ad un’intima crescita, ad una profonda evoluzione. L’arte, prima di tutto, è una via verso la conoscenza, verso la Verità, verso il  Principio Supremo che è al di là di ogni definizione e perciò intuibile solo attraverso l’esperienza interiore.

( Nell’arte Zen la capacità ha un duplice significato: in primo luogo, l’uomo è condotto dalla realtà all’origine della realtà: l’arte è una via con la quale l’uomo è introdotto nell’origine; in secondo luogo, l’arte trova senso nel fatto che l’uomo, una volta introdotto nell’origine, ritorna nella realtà. L’essenza autentica dell’arte zen consiste in questo ritorno…L’origine della realtà è la vera vita originaria, il Sé, ed è insieme il divino abbandono di ogni vincolo, l’esser libero da ogni vincolo formale” Hisamatsu. Questo brano come altri successivi, è tratto da un dialogo che il maestro zen Hisamatsu ha avuto con il filosofo tedesco Heidegger,  durante un seminario su L’arte ed il pensiero nel 1958 )

Si riscopre la stessa concezione dei sofisti per quanto riguarda la difficoltà della trasmissione della conoscenza, ma qui, al contrario, positivamente, ne si certifica la possibilità individuale.

La musica, la danza, la pittura sono quindi le arti per eccellenza, poiché attraverso esse lo Spirito si manifesta più liberamente, queste, essendo più immediate, sono più disponibili a distaccarsi dalla razionalità di quanto non possano l’architettura o la scultura, pur sempre legate ad una funzione ed in ogni modo alla materia ed ai suoi problemi.

( Il Vishnudharmottara, opera del V sec. d.C. che tratta del cammino per raggiungere moksha, la liberazione, insegna appunto come sia impossibile apprezzare e conoscere il valore profondo delle arti figurative se prima non si imparano le leggi della danza, della musica e del canto, poiché i principi regolatori sono gli stessi e senza conoscenza di essi non si può giungere a comprendere pienamente i risultati nello spazio e nel tempo. )

In particolare la musica classica indiana, ancorché costretta in rigidi schemi e ritmi, si libera nell’arte dell’esecutore quando questo improvvisa su temi, raga, conosciuti; ogni rappresentazione diventa un nuovo quadro irripetibile, che si srotola, si svolge di fronte all’ascoltatore, portandolo in territori d’estasi, ove la razionalità non ha accesso.

L’artista è consapevole di essere un medium, uno strumento attraverso cui la realtà, l’Idea si manifesta, il Senza Forma acquista forma; ( “La bellezza di un’opera d’arte nello zen consiste in ciò: l’informe viene a presentarsi in qualcosa di figurale. Senza questo presentarsi dell’informe Sé, nel formale. L’opera d’arte zen è impossibile” Hisamatsu ) significativa è l’esperienza di uno scultore che lavorò al tempio Kailasha di Ellora, nel Maharashtra: ( Il tempio Kailasha di Ellora è uno straordinario esempio di tempio scavato nella roccia. Questo, rappresentante la montagna Kailash ove risiede il Dio Shiva, è un monolite interamente scavo nel fianco di un colle, cosicché la sommità del tempio è in realtà un tutt’uno con le basi. ) una volta finita l’opera, incise nella pietra. A memoria dei posteri, la propria meraviglia “Come ho potuto fare tanto?”. Il rapporto dell’artista con la materia è tale che egli offre ciò che prende ed il binomio soggetto-oggetto si fluidifica rafforzando il concetto d’unità. In ciò si può notare l’inizio del superamento della separazione iniziale, creata dall’ego, dalla percezione di se stessi come distinti dalla natura. La creatività diviene così un mezzo per superare la divisione e non solo per colui che cerca, l’artista: l’esecuzione stessa diventa un rito, un servizio all’Assoluto, un atto di fede in cui il committente che ordina l’opera, l’artista esecutore ed il devoto ammiratore, diventano tutt’uno, pur sempre consci del proprio ruolo.

( “Un’opera d’arte zen è bella se essa parla in modo vivo il fondo originario, allora, anche per l’osservatore diventa possibile che questo fondo emerga” Hisamatsu )

Il committente offre i materiali e la possibilità dell’esecuzione, l’artista il proprio talento, il fruitore la propria presenza; specialmente nei casi d’opere di valore dichiaratamente spirituale, dedicate a qualche divinità, l’offerta di cerimonie da parte del devoto, dona maggior valore all’opera, cosicché ognuno diventa parte integrante del gioco.

Il gioco cosmico è insieme l’essenza e l’assenza di ogni pensiero in cui tutti gli attori dovrebbero essere consapevoli che ciò che si può vedere non è reale ma solo la manifestazione di questo. Per la tradizione indiana ciò che si vede, che si tocca e si misura è solo pura illusione, maya, (“…la maya è ciò che non esiste. Maya è il nome non esistente” Shri Adishankaracharya, Mandukya karika, IV, 58) e stupido sarebbe aggrapparvisi per sempre. La maya, così come il corpo, è un mezzo necessario messoci a disposizione dall’Assoluto affinché si possa tentare di raggiungerlo e conoscerlo; stolti sono coloro che, saliti sulla barca per attraversare il fiume, vi si soffermano illudendosi che sia la meta, e si fanno trasportare dalla corrente dimenticando di guardare all’altra sponda nel tentativo di raggiungerla. ( questa è una famosa metafora buddista sulla condizione dell’essere umano, nel mezzo della corrente del mondo materiale delle apparenze.)

La convinzione dell’irrealtà del manifesto, del materiale quotidiano, è un profondo retaggio della tradizione indiana che guida l’attenzione più in un processo d’introspezione interiore che non di conquista della natura esterna. Questa tendenza all’introspezione fa sì che il rapporto dell’artista orientale con ciò che nella nostra tradizione Jung definisce “inconscio collettivo” e Platone “ il mondo delle idee”, sia molto sviluppato. Ciò permette alle arti di attingere direttamente alle fonti originarie e di poter seguire più strettamente i messaggi più profondi ed il cammino dell’evoluzione umana. Attingendo a questa fonte, infiniti diventano e segni, i simboli, gli archetipi raccolti nel tempo dagli artisti indiani, che così si sentono strettamente legati ad una tradizione millenaria ed attraverso questa a Vishvakarma, mitica figura di Maestro Primordiale ed architetto dei Deva, degli Dei.

(Vishvakarma..“Il Signore delle arti, Padre dell’artigiano dalle mille specie, il carpentiere degli dei, forgiatore di ogni ornamento, il massimo artiere, Colui che modellò tutti i celesti carri degli dei, il Dio tramite cui ogni abilità artistica degli uomini esiste…” Vyasa, Mahabharata )

In questa ottica si comprende il rifiuto dell’arte per l’arte e perché pochissimi nomi d’artisti si sono tramandati attraverso i secoli: la maggior parte di loro rimase in tranquillo anonimato, soddisfatto della propria offerta. Grandi capolavori dell’architettura ed arte indiana hanno richiesto il lavoro di un alto numero di artisti, artigiani, scultori, architetti ed essi sono rimasti all’ombra dell’opera, senza che nessun genio individuale svettasse sopra gli altri. Anche nella tradizione occidentale, fino a tutto il medioevo, era pratica comune non firmare le proprie opere, rimanere nell’anonimato.

(Desiderare che si sappia ‘che io sono l’autore’ è il pensiero di un uomo ancora in infanzia” ammonisce il testo buddista Dhammapada, 74 )

 

 

 

 

 

 

L’arte nella tradizione occidentale

 

In realtà, tale visione dell’arte non è solo retaggio della tradizione orientale ma si può incontrare anche tra i filosofi classici greci o la cultura medioevale occidentale.

( Molto interessanti, per approfondire questo aspetto, sono gli studi proposti da Anand Coomaraswami. Di questo autore si possono trovare in italiano i seguenti utili testi: sapienza orientale e cultura occidentale, Rusconi 1975 – La trasfigurazione della natura nell’arte, Rusconi 1976 – Come interpretare un’opera d’arte, Rusconi 1977 )

Per Aristotele “il fine generale dell’arte è il bene dell’uomo” e per Socrate questo bene dell’uomo è l’unione con la verità, la conoscenza delle essenze, della fonte originaria.

E’ soprattutto con la critica dell’arte di Platone che si definiscono le qualità, le potenzialità dell’artista e dell’arte. Fondamento del pensiero platonico è l’esistenza del mondo delle idee cui ogni artista dovrebbe essere in grado di attingere. In verità solo colui che riesce a connettersi con questo mondo delle idee, ed a tradurlo, renderlo manifesto, può vantare il titolo d’artista. Questi deve riuscire ad esprimere al meglio, attraverso le proprie conoscenze della materia, l’idea originaria. Per Platone, un pittore che rappresenta un albero od un letto non è un vero artista, bensì un imitatore, ben lontano dalla verità, poiché disegna una copia dell’idea originaria esistente nel mondo delle idee.

( Qui Platone descrive le caratteristiche dell’artista che non riesce a percepire il mondo delle idee:“Dio dunque lo chiameremo il Creatore del letto, poiché realmente il letto in se e le altre cose tutte, Egli ha fatto, il falegname lo chiameremo artefice del letto; ma il pittore non già artefice e costruttore del letto, bensì imitatore di quello di cui essi sono gli artefici. Dunque, a colui che per l’opera sua di tre gradi dista da ciò che è realmente, diamo nome di imitatore…Ora la pittura è fatta non per ritrarre ciò che è qual esso è veramente, ma per ritrarre l’apparenza quale ci si presenta; ed infatti essa è imitazione dell’apparenza anziché della realtà. “ Platone, Repubblica, X, 598 )

Qualsiasi oggetto, solo per il fatto di essere, di esistere, è già un’imitazione di un’idea primaria, che è definita di primo grado. Il vero artista è colui quindi, che raccogliendo con la sua visione il concetto fondamentale direttamente dall’inconscio collettivo, opera una mimesi di secondo grado. Si può disegnare un albero, ma non copiandone uno esistente, bensì cercando di cogliere l’idea primaria alla fonte; si dovrebbe così rappresentare, la natura naturans e non la natura naturata, la causa e non l’effetto. Platone, così come la tradizione orientale, avrebbe certamente apprezzato lo sforzo degli espressionisti di questo secolo, il loro tentativo di cogliere le essenze, molto più degli impressionisti così attenti alle apparenze. Cèzanne, ad esempio, prima di dipingere un oggetto cercava di cogliere l’idea primaria, di risalire alla sorgente: passò vari giorni immobile, senza dipingere, di fronte al monte Saint Victoire, nel tentativo di riuscire a percepirne, a coglierne le profonde qualità, le essenze.

( Tutto quello che vediamo, non è vero, si dilegua. La natura è sempre la stessa, ma nulla resta di essa, di ciò che appare. La nostra arte deve dare il brivido della sua durata, deve farcela gustare eterna, Cosa c’è dietro il fenomeno naturale? Forse niente, forse tutto”…”Per dipingere bene un paesaggio, devo prima scoprire le sue caratteristiche geologiche” Cèzanne, idee e storie di artisti , De Micheli, Feltrinelli, 1981)

La ricerca dell’artista non è razionale, parte de un’intuizione, da una visione interiore che deriva dal silenzio, dalla contemplazione. (celebre è l’affermazione di Ricasso “Io non cerco, trovo” Tutta l’opera è già dentro di se, non vi è bisogno di correre all’esterno, bensì la capacità di leggere nel proprio cuore, nella propria intuizione.) La sola maestria tecnica, se non è accompagnata da una profonda intuizione interiore, diventa inutile ed anzi, può essere dannosa e provocare il decadimento dei costumi e della forza morale degli uomini.

(L’accusa maggiore contro l’imitazione è che “Ella è capace di guastare, fatta eccezione per pochissimi, anche i saggi, e questa è una cosa veramente terribile. I migliori di noi, quando ascoltiamo Omero o quale altro vuoi dei poeti tragici, che ne rappresenti un eroe nell’afflizione, il quale dispiega i suoi crucci in un lungo discorso, od anche gente che piange e si flagella, ci prendiamo piacere ed abbandonandosi ad esso, lo seguiamo partecipando al dolore, ed ammirati lodiamo il valente poeta, che così quando meglio sa, ci dispone…e chi s’è pasciuto della compassione per gli altri, difficilmente nelle proprie sciagure si domina” Platone, repubblica, X, 604-606 )

Tale è la potenza ed il valore dell’arte, che quando è ispirata e positiva, ha la forza di aiutarci nell’evoluzione, quando è squilibrata, trascina l’attenzione nei canali laterali e qui ci abbandona in preda o all’esaltazione (canale destro) o del sentimentalismo, romanticismo, depressione (canale sinistro) Questo è il motivo per cui molti filosofi o uomini religiosi di varie tradizioni, mettono in guardia contro i pericoli della poesia, del teatro, della musica; sono ben consapevoli che tali strumenti, se non ben utilizzati, possono turbare l’animo umano e diventare portatori di confusione, poiché allontanano l’attenzione dalla Verità.

( Buddha temendo un rilassamento nei costumi, aveva proibito ai suoi discepoli di assistere a rappresentazioni teatrali o musicali. Platone ammonisce: “Che dove tu v’accolga la Musa elegantemente piacevole, vuoi della lirica, vuoi dell’epica, voluttà e dolore regneranno nello stato, anziché la legge e la ragione, per comune consentimento ritenuta ottima” repubblica X, 607°)

Per l’artista medium fra il mondo delle idee, l’inconscio collettivo ed il mondo sensibile, i temi non possono essere i sentimenti personali, le violente passioni della vita, ma una realtà oggettiva universale. Questo modo di essere artista, nel mondo classico, così come nella cultura orientale, si concretava attraverso un’iconografia conosciuta, capace di trasmettere idee e concetti chiari a tutti i fruitori.

(“Rendere intelleggibile l’ancestrale verità, rendere udibile l’inudibile, enunciare la parola primordiale, rappresentare l’archetipo, tale è il fine dell’arte, altrimenti non è arte” W.Andre, Keramik im dienste der weisheit, in Berichte der Deutschan keramischen gesellshaft, XVII dic.1936 )

L’arte quindi ha in sé la potenzialità per divenire un mezzo privilegiato, per favorire l’evoluzione ed attraverso il quale arrivare all’ascesi. L’artista dovrebbe essere in grado di trascendere le imitazioni dei propri condizionamenti e del proprio ego, di avere un’attenzione pura, stabile nel canale centrale e con ciò attingere all’inesauribile fonte universale. Un’opera creata in tale stato di grazia ha quindi il potere non solo di elevare l’artista, ma anche di trasmettere un messaggio, un’energia capace di risvegliare nel fruitore uno stato d’equilibrio e di pace.

( “Le arti ci son date per farne un buon uso intellettuale e non come fonte di piacere irrazionale, ma per spingerci a sovvertire la tendenza dell’anima, affinché ritrovi l’armonia smarrita alla nascita e ripristini la consonanza e l’ordine dentro di sé” Platone,Timeo, 47d)

Per Plotino, l’arte non si basa sulla conoscenza umana, ma sulla sapienza ideale ed è perciò un sostegno alla contemplazione, uno strumento perfetto per la meditazione, capace di far trascendere il piccolo limitato essere personale, di portare l’attenzione nei reami luminosi ed assoluti dell’Uno (Plotino, Enneadi, VI, 9-10)

Condizione necessaria ma non sufficiente è dominare la tecnica e questa con la pratica si potrebbe anche migliorare, ma come favorire lo scioglimento dell’ego? Come favorire il superamento dei condizionamenti?

(“Colui che va e picchia all’uscio della poesia senza furor di Muse, credendo di diventare buon poeta solo per arte, diventerà poeta sciocco; sì che oscurata è la poesia di lui savio d quella dei furenti” Platone, Fedro, 245a – Per furor di Muse s’intende il collegamento che unisce l’artista al mondo delle idee e per savio colui che, strettamente legato alla propria persona, non si apre al furore, all’ispirazione dell’inconscio collettivo.)

Quali esercizi possono aiutare in questo? Come si può immaginare di utilizzare, di appoggiarsi all’ego per abbassarlo? L’atto di volontà, il volere che diminuisca, può solo farlo aumentare.

Ciò che deve accadere è una reale trasformazione interiore che spontaneamente amplia la consapevolezza senza l’intervento della ragione o della volontà: un’evoluzione spinta solo dal puro desiderio. Ciò è possibile, ora come nel passato, per pochi eletti, attraverso il risveglio della Kundalini. Tutti i più grandi artisti, di qualsiasi tempo e cultura, avevano questa energia attiva in sé. Le loro opere non parlano del contingente, ma respirano il vento assoluto della fonte.

(“La bellezza delle opere zen, il loro essere, consiste nel libero movimento del Sé originario. Quando questo movimento appare in qualcosa di formale, questa è un’opera d’arte”…”Quando un’artista è giunto all’esperienza zen, (alla propria realizzazione del Sé) sa anche trovare il modo di far apparire la verità” Hisamatsu)

La maggior parte degli uomini può percepire la calma, il silenzio della bellezza pura effondersi da queste opere, i più sensibili ne possono assaporare anche le vibrazioni. In realtà, l’opera di un artista realizzato, con l’energia Kundalini risvegliata, trasmette fresche vibrazioni, facilmente percepibili da altri esseri realizzati. La bellezza si manifesta come pure onde di vibrazioni, parla un linguaggio oltre i comuni sensi, comprensibile a tutti coloro che sono connessi, un linguaggio che unisce i popoli, scavalca le frontiere, supera tutte le barriere di razza e religione.

(“Quando venne il giorno della Pentecoste, i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo. All’improvviso si sentì un rumore in cielo, come quando tira un forte vento, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Allora videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e si posavano sopra ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue, come lo spirito Santo concedeva loro di esprimersi” atti degli apostoli 3, 1-4 )

Back